Sana pazzia

Un racconto ingenuo e imperfetto, ma premiato fra i 10 finalisti del Premio Letterario “Modello Pirandello” 1991. Fu l’occasione del primo viaggio in aereo per me e mia sorella. Ricordo il suo viso terrorizzato prima del decollo e l’abbuffata di dolci siciliani la sera della premiazione. Di quel soggiorno ad Agrigento ho pochissime foto: ce n’è una in cui abbraccio la statua di Pirandello nella sua casa natale e un’altra in cui la Valle dei Templi appare sfocata e imponente. Bellissima la Sicilia e la sua gente con i nomi da romanzo.

Di quello che ero un tempo è rimasto solo questo strano uomo che sarei io.
Da piccolo ero un bimbo solitario. Venivo sempre trascinato nei divertimenti familiari e questa era la cosa che mi faceva sentire più solo. Fare ciò che non sentivo adatto a me, era fonte di grande  frustrazione e di solitudine interiore. Così spesso riuscivo, se non proprio a svignarmela, ad appartarmi, ad isolarmi dagli altri. Mi bastava non parlare per estraniarmi da quel mondo che mi stordiva e che io sentivo così lontano da me. Mi piaceva guardare gli altri muoversi e parlare, mentre mi divertivo a far finta di non sentire, e gli altri non sapevano quanto fossero ridicoli visti da un "di fuori" tutto mio.

Per gli altri era sufficiente vedermi lì con loro perché non si preoccupassero oltre. D’altronde, a me stava bene così. Non mi sarebbe bastata tutta l’eternità per poter lasciare libera la mia fantasia, i miei pensieri, e ogni momento era preziosissimo per poter gustare e cogliere ogni mio minimo moto dell’animo. Per essere un bambino avevo tutt’altri interessi che i giochi tipici dell’infanzia. Adoravo, invece, passare le ore in silenzio ad ascoltare i rumori, le voci, i passi nelle altre stanze e a scrutare il cielo, e fuori, la strada e la gente che passava per i fatti suoi.

In un primo momento, i miei genitori hanno voluto porre rimedio a questo mio modo di essere così solitario. Soprattutto mio padre: non poteva permettere che il suo unico figlio tradisse le aspettative della famiglia. Avrei dovuto essere un bambino più allegro, più intelligente e precoce, secondo quanto avevano immaginato per un loro figlio, un figlio maschio degno di loro. Io, di quel periodo, ricordo solo un vago senso di fastidio per le loro insistenze. Mi mettevano continuamente alla prova, cercavano di coinvolgermi per vedere se, alla fine, avrei potuto andare incontro ai loro desideri. Mia madre mi ha spesso rammentato, con un po’ di rancore, quanto li abbia fatti penare con la mia completa insofferenza verso i loro continui tentativi di coinvolgermi.
Non avevo ancora quattro anni che già li avevo delusi.

Mia madre non ha mai capito quanto affetto provavo per lei. Era il mio amore in assoluto. Ma più crescevo, più mi rendevo conto di quanto fosse impossibile comunicare con lei. Sempre distratta, un po’ svanita e superficiale, non mi concedeva che qualche leggera carezza e banali parole. Non che non mi volesse bene, ma me ne voleva in uno strano modo. Forse aveva, pure, un po’ di timore di mio padre che era più anziano di lei, all’antica e che era convinto che nell’educazione  fossero utili le maniere essenziali e spesso forti.
Per me era vitale entrare ogni giorno nella stanza della mamma, sentire il profumo dei suoi abiti. Tanto che quando uscivo spesso portavo con me uno dei suoi fazzolettini, di cui avevo fornito le mie giacchette e i miei pantaloni.

Se da piccolo mi isolavo ed ero silenzioso lo facevo semplicemente perché mi turbavano gli eccessi e non sopportavo gli schiamazzi. Da grande l’ho fatto per questa mia sensibilità che ha poi pesato su tutto il corso della mia vita. Intorno all’adolescenza si sono precisati molti tratti della mia personalità, tratti che erano già in germe dall’infanzia. Credo che l’adolescenza sia l’età più difficile per l’enorme confusione che regna nella nostra mente, per il senso di solitudine da cui ci sentiamo soffocare, e per la voglia di comunicare che ci travolge, per la necessità di sentirsi amati. Tutto questo fa sì che l’adolescenza sia il momento più sublime che si possa vivere, perché non conosciamo niente della vita, vogliamo conoscerla ma non possiamo. Vorremmo comprendere con il nostro cuore il cuore di tutti gli altri, ma è come se si protendessero le mani nel vuoto.

Avevo, a quel tempo, pochissimi amici, in realtà semplici conoscenti con cui ci scambiavamo saluti molto formali. Con i compagni di scuola avevo rapporti di amicizia superficiali e limitati all’ambito scolastico. Mi consideravano troppo diverso perché potessero accettarmi. Per loro ero il "francesino", per i miei modi troppo gentili, perché chiedevo sempre "scusa" e "permesso". Mi accettavano solo per la mia famiglia, ero ricco e quindi mi portavano rispetto solo per questo. E il bisogno di sorridere con gli altri, di sentirmi parte del loro gruppo, di prendere parte agli scherzi, di cogliere anch’io il senso e le sfumature delle battute che facevano: tutto mi era negato. Solo con me stesso, sempre.

Unica compagnia i miei pensieri bizzarri e la mia voglia di vivere.
I miei pensieri ho provato a negarli a me stesso, perché non mi facevano sentire uomo. Avevo diciotto anni e pensavo alla natura e ai destini degli uomini, mi perdevo in meditazioni cosmiche, mentre prestavo attenzione ai consigli di mia madre. Non faceva che parlarmi, come una cantilena, del rispetto che si doveva alle donne, della loro grazia e delicatezza, del loro corpo intoccabile perché culla della vita. Avevo la vita davanti a me, ma non potevo viverla perché mi sentivo indegno di tutto. I miei bisogni di ragazzo mi distruggevano e mi consumavano, torturandomi. Non potevo conciliare il mio me stesso con il me stesso che gli altri vedevano. Per via del mio animo così sensibile, mia madre avrà creduto di trovare in me la persona giusta per fare quei discorsi. E invece questo ha contribuito a farmi chiudere ancora di più in me stesso.

I compagni di scuola cominciavano ad evitarmi, mentre io uscivo battuto dal confronto che mi imponevo tra loro e me. Quelli così capaci di essere già quasi uomini, ed io che mi rendevo conto che non avrei potuto imitarli. Non mi bastava più sentire il profumo di mia madre sui suoi abiti o portare con me i suoi fazzoletti. Né riuscivo più a trovare pace nel silenzio di me stesso, cominciavo a non sopportare anche i minimi rumori. Non riuscivo più a stare solo, ma stare con gli altri diventò impossibile. Non parlai più con nessuno. Le passeggiate, che cominciai a fare di pomeriggio, tutto solo e immerso in pensieri martellanti, contribuirono a farmi allontanare dalla gente. Nessuno osava avvicinarsi a me, né io lo volevo. Sentivo sguardi di compatimento su di me per la mia famiglia. Ero diverso e scomodo per ogni contesto.

Quando torno indietro nel tempo a ricordare quel periodo così brutto per me, solo un ricordo mi aiuta a sorridere un pò, una parte di quel periodo che mi sconvolse del tutto e che mi ha portato ad essere così come sono ora. Avevo spesso visto i miei compagni con ragazze della nostra scuola. Avevo assistito a scene stomachevoli che mi avevano molto turbato. Ricorrevano ad ogni scusa pur di potersi incontrare nella scuola stessa. Quel che più mi ripugnava era vedere che le ragazze soprattutto escogitavano piccoli trucchi e che si prestavano volentieri alle richieste dei loro amici. Per me era una tortura ascoltare i discorsi dei miei compagni, le descrizioni delle loro bravate e la cronaca delle loro prime esperienze. Io trovavo sempre pretesti per non stare con loro ad ascoltarli, cercavo di non passare mai un po’ di tempo con loro. Ma questo mi salvava solo dal dire la mia, perché avevo un gran bisogno di sentire le loro parole.

Tornato a casa, nel buio della mia solitudine, ripensavo a quello che avevano detto, e mi sentivo inghiottire dalle loro voci, ero soffocato dalle loro mani che toccavano quei corpi di bambine. Solo il sonno mi salvava dallo stato di coscienza di me stesso, ma mi portava in una dimensione più vera, in cui il mio me stesso si rivelava con sogni e immagini indescrivibili. Lottavo con gli altri per non parlare di me e lottavo con me perché non volevo lasciarmi andare. Divenni più confuso ed ebbi paura di non uscirne più. E raggiunsi proprio il punto estremo della mia anima, quella che ci rivela per come siamo e per come non vorremmo mai essere, dove esistono il nostro essere e il nostro non essere.

Una mattina, entrando a scuola, mi fermai nell’atrio per controllare gli orari della biblioteca. Si fermò accanto a me una ragazzina bruna e infreddolita, con un foglietto e una penna in mano. Vidi che cercava qualcosa nel suo zaino con un po’ di fretta. Poi mi sorrise e, gentilmente, mi chiese se potevo dettarle gli orari della biblioteca perché non trovava gli occhiali. Confuso, feci quel che mi aveva chiesto. Mi ringraziò e scappò via correndo, come era venuta. Di quegli attimi ricordo solo il profumo di lei e la camicia bianca aperta sul collo. La rividi all’uscita tra un gruppo di sue compagne: mi lanciò uno sguardo di saluto e io ricambiai con un sorriso. Tutto divenne nuovo per me.

La mattina cominciai ad aspettarla nell’atrio ed entravo in classe solo dopo averla vista. Conoscevo a memoria il suo orario delle lezioni, i volti dei suoi compagni, e avevo impresso nella mente il suo modo di camminare e quel profumo che mi faceva sognare. La guardavo continuamente: conoscevo i riflessi dei suoi capelli al sole, mi piaceva in tuta da ginnastica, con la gonna, con i maglioncini severi che le davano un’aria castigata. Questo era il mio amore per lei. Sognavo e risognavo di lei, ma spesso ero turbato da come la fantasia mi portava lontano. Ada aveva il potere di stordirmi, di farmi sentire capace di tutto e credo che lei se ne rendesse conto. Non c’eravamo mai parlati se non la mattina in cui la vidi per la prima volta. Per me era comunque solo "mia". Quel "mia" mi sconvolgeva, pensavo a mia madre e ai consigli che mi dava, e li confrontavo con i discorsi dei miei compagni. Per gli altri non sarei mai stato capace di frequentare una ragazza per via della mia timidezza, e per il fatto che tutti ormai mi evitavano, mi lasciavano per i fatti miei. Me ne stavo convincendo anch’io pian piano, imparando a convivere con l’immagine che avevano di me e con ciò che invece io credevo di essere.

Non scrivevo, non parlavo.
Il mio contatto con il mondo erano i miei occhi, con cui guardavo e conoscevo tutto, quegli occhi che spaventarono Ada e la allontanarono da me, se mai avremmo potuto avvicinarci. Non pensai alle conseguenze quando, un giorno, mi fermai a parlare con lei. Ada si ritrasse, vedendomi. Eppure le dissi parole semplici e innocue:
"Ciao, volevo parlarti da tanto".
Rimase a guardarmi aspettando che continuassi. Parlai, ma questa volta mi stavo avvicinando a lei. Aveva la camicia bianca aperta sul collo e protesi la mano per accarezzarla. So solo che dissi:
"Quel collo…non l’ho mai dimenticato".
Ada gridò impaurita e fui fermato dai miei compagni. Ci fu una gran confusione.

Mi ritrovai a casa. Sentivo mio padre discutere per  telefono con il preside:
"Non lo ha mai fatto, deve credermi…Certo, lo sappiamo tutti che da lui ci si deve aspettare di tutto, ormai…Senz’altro, staremo più attenti. Sono d’accordo con lei, ha bisogno di riposo…".
Caddi in un sonno profondo e tranquillo. Mai avevo dormito così, se non tra le braccia di mia madre quando ero bambino. Il gesto che avevo fatto verso Ada aveva scatenato in me un senso di onnipotenza, di forza. Sapevo che l’avevo avvicinata finalmente e ne ero contento. D’altronde non mi rendevo conto di ciò che avevo provocato. Avvertii una sensazione di grave dallo sguardo severo di mia madre e dal disprezzo di mio padre.
Fu un sollievo andarmene per riposarmi. Forse era necessario per me allontanarmi, conoscere un altro Ada e volerle bene con meno paura, adesso che sapevo che era facile amare e nello stesso tempo che amare era un’esperienza così unica, che ti inghiotte giù giù, in un vortice di sensazioni dove ci si annulla.
Nemmeno mia madre ebbe un gesto d’affetto per me. Fui lasciato in quello che riconobbi come un ospedale psichiatrico.

La vita non fu troppo diversa da quella che conducevo nella mia casa piena di rumori. Mi avevano destinato una camera solo per me, per via della posizione economica della mia famiglia. Ma c’erano attività che dovevo svolgere insieme agli altri. Fu questa la parte più bella e nuova. Io che avevo sempre amato osservare gli altri in quello che facevano, che vivevo ascoltando i rumori e cercando di distinguerli tra loro, trovai in quella nuova e bizzarra famiglia il modo di fantasticare senza perdermi nella mia anima sola. Con sorpresa di tutti, ero molto sereno e mi piaceva stare lì, si occupavano di me e le relazioni che si stabilivano con gli altri erano disinteressate. Era come se, anche i più gravi, tutti avessero capito che, parlando con gli altri, non rischiavamo nulla, che nessuno giudicava le nostre parole, i gesti e il modo di essere. Ci si sentiva compagni, uniti dalla voglia di comunicare che fuori ci avevano negato. Affrontavo la giornata con curiosità, entusiasta ed ansioso di incontrare gli altri. Sicuramente, visti da fuori eravamo gente molto strana. Tra noi esisteva un modo di esprimersi che non era necessariamente fatto di parole. Bastava un gesto, uno sguardo, l’espressione del viso per comunicare. Nessuno veniva a fermarti, nessuno ti controllava se parlavi faccia a faccia con una donna dell’ospedale, non si aveva paura di se stessi.

Il mio medico si tratteneva spesso con me. Mi piaceva parlare con lui. Mi rendevo perfettamente conto che lui era la persona normale e sana della situazione, che gli altri avevano problemi. Ma non per questo mi sentivo a disagio. Stavo bene con lui e stavo bene con tutti gli altri. Mi aiutò ad aprirmi e ad esprimermi senza paura. Mi consigliò di scrivere i miei pensieri e le mie impressioni, che io gli leggevo e che lui ascoltava con molta attenzione. Scrivendo, ritrovai la mia infanzia e i miei bisogni negati.

La continua lotta della mia personalità solitaria contro ciò che tutti gli altri volevano farmi essere: mia madre, dolcissima, che mi aveva condizionato per il mio fortissimo amore nei suoi confronti, quella sensazione così lieve che avevo di lei e che per me era vitale. Mio padre, che avevo allontanato da me da piccolo, perché non faceva che imporsi in tutto ciò che mi riguardasse. Solo adesso pensavo a lui con indulgenza perché mi aveva fatto conoscere questo nuovo mondo di pazzi. I miei compagni, con cui avrei desiderato stringere rapporti di amicizia e di cameratismo, che mi avevano allontanato per colpa mia: i miei atteggiamenti di un tempo spaventavano tutti e li scoraggiavano da qualsiasi tentativo di essermi vicini. La mia amata Ada, di cui ho un ricordo bellissimo e tormentato. Il suo profumo, i capelli al sole, e quel suo collo che avevo guardato con stupore dalla camicia aperta. L’ultimo giorno in cui la vidi su quel collo batteva forte una lunga vena blu.
Scrivere quello che ero stato mi aveva aiutato a comprendere molto degli altri. Il dottore mi ascoltava e osservava i miei progressi.

Uscivo da un guscio che mi aveva soffocato, da cui ero stato scisso, che aveva creato tutti i me stesso che gli altri volevano. Mia madre, la prima persona che avevo amato, si avvicinò di più a me, s’interessava di tutto e imparò ad abbracciarmi teneramente. Papà mi guardava stupito, seguiva ogni mia mossa ed era orgoglioso di me quando il dottore gli sottoponeva il resoconto dei miei progressi.
Non avrei potuto vivere meglio la mia giovinezza se non in quell’ospedale. Capii chi ero e cosa potevo fare. Acquistai un forte equilibrio e accettai tutto di me, anche le paure e le angosce che non riuscirono più ad allontanarmi da me.
  
Ma sono ritornato a casa.       
Vi ho trovato le sensazioni di un tempo, almeno nella mia vecchia casa. Sono stato in manicomio e questo per gli altri È motivo di diffidenza. Adesso sono gli altri che stanno in silenzio ad osservarmi. Passeggio solo o con mia madre. Ho preso coraggio e ho affrontato gli sguardi degli altri, le loro domande e le reazioni alle mie risposte. Per loro sono rimasto un malato di mente, innocuo, ma malato. Ma dal mio punto di vista posso guardare al mondo con serenità e senza pregiudizi. Sono accettato solo per la mia posizione sociale e poi perché non faccio del male a nessuno, non spavento nessuno come una volta. Ho trovato la mia ragione di esistere nel riuscire a capire molte più cose di quante ne vedono gli altri. Mi aiuta la mia sensibilità di un tempo e la mia condizione di malato di mente. Non accetterebbero mai il fatto che sono guarito, perché una volta abituatisi a questo, avrebbero paura di quello che potrei fare. È più comodo considerarmi pazzo, così possono giustificare eventuali errori miei.

L’altro giorno, mentre passeggiavo, ho rivisto Ada.
Mi veniva incontro lentamente. Mi sono fermato per aspettarla. Quando si è avvicinata l’ho guardata con dolcezza. Aveva un foulard al collo, che io immaginavo bello come un tempo.
"Ti ho aspettato in questi anni", mi ha detto.
"Non me ne importa niente", le ho risposto con tutto l’amore che provo per lei. Ha abbassato gli occhi ed è andata via piano.
Forse pensava che la fermassi. Non ho voluto farlo. Volevo che tutto rimanesse come quando non mi ha mai parlato, come quando riuscivo a vedere il suo collo. Ma lei ha avuto paura di me e non può più amarmi.
È stato uno di quei giorni di primavera che sembrano non finire mai.
Quel giorno sono stato felice.

Pubblicato da

Alessandra Versienti

Ho superato i quaranta, ma conservo intatti le insicurezze e i terrori dei vent’anni. Il che – giuro! – non è un vezzo per sentirmi più giovane. Ho una brillante (…) e multiforme carriera da precaria: dal 2001 mi occupo di comunicazione on line e come freelance curo progetti editoriali e scrivo testi per il web. Inoltre sono una Prof: insegno Lettere nei licei e negli istituti di istruzione secondaria. Infine, scrivo. Scrivo poesie, racconti e romanzi. Alcune mie poesie compaiono in antologie poetiche curate da editori italiani: “Poetando. L’uomo della notte” curato da Maurizio Costanzo, ed. Aliberti 2009, e “I versi della Leda”, edito da I Libri della Leda nel 2010. Nel 2015 ho pubblicato su Amazon, in formato Kindle, la mia raccolta poetica Margini. Antologia provvisoria di parole e mutevoli sensi. Oggi la silloge è disponibile anche in formato cartaceo su IlMioLibro.it. Dal novembre 2016 è disponibile su IlMioLibro.it anche la nuova raccolta in versi Sangue. 30 poesie. La raccolta è disponibile anche su Amazon, nel Kindle Store. Sono sposata con A., abbiamo due bambine e viviamo all togheter in una città che si affaccia sul mare, dove i tramonti tolgono il fiato. La bellezza e la gioia mi fanno balbettare.

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