Sogni che lievitano

ImageQualche giorno fa aspettavo con trepidazione notizie da una persona cara. Dopo qualche ora di attesa tutto s’è risolto per il meglio, ma per scaricare la tensione mi sono messa a fare il pane.

Questa volta il solito effetto rilassante del mettere le mani in pasta e della successiva lievitazione ha prodotto un insieme colorato di sogni e fantasie, che finora non avevano trovato la strada per rivelarsi. Mentre l’impasto incorporava il lievito e l’aria si insinuava nelle pieghe delle mani e del composto, i miei pensieri mi sembravano leggeri e bizzarri.

Le immagini di mia madre nell’atto di forgiare “cu lu caturu” la pasta fresca per il pranzo della domenica, di mia nonna alle prese con la preparazione del pane e di noi bambini intenti a morderne le croste ammollate e condite con olio, sale e pomodoro mi hanno riportato dritto dritto in Puglia e alla mia infanzia. E sono arrivata d’un tratto a realizzare che quei sapori e soprattutto quella dimensione di affetti e di genuinità perfetta io la vorrei regalare a Maria Sole.

Non che quella fosse l’età dell’oro o che i miei genitori o i nonni non faticassero, come tutti noi oggi. Ma da piccoli non immaginavamo che quella fatica esistesse. La campagna del nonno era un parco d’avventure e la strada dove s’affacciavano le nostre case era un luogo perfetto per inventare giochi e passare le ore sotto l’occhio vigile di comari e zie. Erano giorni ingenui e puliti, i giochi erano innocenti, i sapori genuini e l’aria aveva l’odore caldo della mia terra.

Così mi s’è affacciato bello e netto nella mente il sogno di una casa in paese, quel paese lontano da cui vengo e con cui spesso sono in conflitto, pur amandolo profondamente. La nostalgia vena di olio e zucchero il mio bisogno degli affetti lontani, lo stesso gusto dolce della merenda che preparava la nonna. La lontananza si veste delle fiamme del fuoco che ardeva nel braciere d’inverno e si nasconde tra i vigneti del nonno. La folla di visi familiari, di voci del mio passato-presente chiama sottovoce a quel mondo. Così come l’amore per mamma e papà e la trepidazione per il loro futuro scuotono gli angoli più profondi del mio cuore.

Non erano bizzarri questi pensieri. E nemmeno tanto leggeri. Si sono insinuati nel mio cuore e prima lo hanno blandito con le carezze, poi lo hanno scoperto al freddo e al vento di queste emozioni. Prima ho sorriso al loro arrivo, poi ho sollevato gli occhi e ho sentito l’urgenza di viverli. E di trasformarli in speranze per Maria Sole e in sogni per la nostra famiglia. Chissà cosa avverrà. Chissà se, andando incontro alla vita, fino a quel paese torneremo. Il mio cuore è già lì. Per sempre.

ImageAh, che fine ha fatto il pane che stavo preparando? Nessun grande risultato, per carità. Del resto, non mi sono ancora cimentata con il lievito madre e per i miei improvvisi desideri di panificazione mi limito al lievito di birra.

In ogni caso, ho scovato sul web la ricetta del Pancarrè, ottima soluzione per chi vuole evitare d’avvelenarsi con il pane in cassetta al profumo di alcool etilico.

Questi gli ingredienti:
500 g di farina 0
12 g di lievito di birra
300 ml di latte tiepido
1 cucchiaino di sale
un tuorlo d’uovo e un cucchiaio di latte per spennellare
Procedo sciogliendo il lievito in un po’ di latte e ne aggiungo il resto pian piano. Verso il liquido in una ciotola dove ho preparato la farina disposta a cratere e il sale nel suo angolino. Mescolo e lavoro l’impasto per almeno dieci minuti, finché non sarà liscio ed elastico. Quindi lo metto a riposare nella ciotola leggermente unta d’olio, copro con un panno e faccio lievitare in un posto riparato, al caldo. Quando la pasta avrà raddoppiato il suo volume, la verso sulla spianatoia, la lavoro ancora un po’ e la metto a riposare per la seconda lievitazione. Poi ungo di burro uno stampo da plum cake, vi dispongo la pasta e lascio ancora lievitare. Porto a temperatura il forno (190-200°) e prima di infornare spennello la superficie dell’impasto con il tuorlo d’uovo sbattuto nel latte. Cuocio per 45 minuti circa. Una volta cotto, faccio raffreddare il pane su una gratella.

Pubblicato da

Alessandra Versienti

Ho superato i quaranta, ma conservo intatti le insicurezze e i terrori dei vent’anni. Il che – giuro! – non è un vezzo per sentirmi più giovane. Ho una brillante (…) e multiforme carriera da precaria: dal 2001 mi occupo di comunicazione on line e come freelance curo progetti editoriali e scrivo testi per il web. Inoltre sono una Prof: insegno Lettere nei licei e negli istituti di istruzione secondaria. Infine, scrivo. Scrivo poesie, racconti e romanzi. Alcune mie poesie compaiono in antologie poetiche curate da editori italiani: “Poetando. L’uomo della notte” curato da Maurizio Costanzo, ed. Aliberti 2009, e “I versi della Leda”, edito da I Libri della Leda nel 2010. Nel 2015 ho pubblicato su Amazon, in formato Kindle, la mia raccolta poetica Margini. Antologia provvisoria di parole e mutevoli sensi. Oggi la silloge è disponibile anche in formato cartaceo su IlMioLibro.it. Dal novembre 2016 è disponibile su IlMioLibro.it anche la nuova raccolta in versi Sangue. 30 poesie. La raccolta è disponibile anche su Amazon, nel Kindle Store. Sono sposata con A., abbiamo due bambine e viviamo all togheter in una città che si affaccia sul mare, dove i tramonti tolgono il fiato. La bellezza e la gioia mi fanno balbettare.

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