Andata e ritorno

ImageSiamo andati e poi tornati. Le ferie sono finite e siamo qui, già nel pieno dei nostri ritmi quotidiani. Prima o poi arriva il momento di tornare a casa. Verso sud o verso nord o in qualsiasi direzione essa sia.

Perché questa è la condizione dei nuovi emigranti. Di noi che andiamo al nord ma pensiamo “a sud”. Di noi che ci troviamo fuori sede per lavoro e pensiamo che sia per poco, ma poi è per sempre. O per molto. Di noi che lasciamo lì tutto com’è e così è ancora. Di noi che ci struggiamo dalla nostalgia, replichiamo i sapori della cucina, le abitudini della domenica, anche il modo di vestire e quello di parlare. A volte senza accorgercene, ma spesso volutamente. Perché il telefono non basta e neppure la videochiamata.

Se poi la famigliola fuori sede cresce e produce fior di pargoli, il viaggio verso gli affetti più cari scopre i nervi più profondi, ci cosparge sopra il sale e punge come il morso della medusa sulle cosce. Ma si va, per chilometri, e quando si giunge tra gli ulivi l’animo si quieta, cullato dal paesaggio conosciuto. 

I giorni passano senza alba né tramonto, alterno momenti di grande tenerezza e allegria misti a una sofferenza acuta e silenziosa, che pesa sul cuore. Mi viene il mal di pancia. Per riempire il vuoto di parole mangio tutto il pane del mondo e la pasta della mamma, inzuppo pure le dita nel sughetto della suocera, per far contenti tutti e far passare il magone. Faccio lo slalom tra le cose da non dire, quelle che vorrei proprio urlare e quelle che è meglio di no. Parlo del tempo, magari. Ma non mi interessa.

Noto che lo stile della casa dei miei tende irreparabilmente verso il kitch con accenti decadenti, ricordi ingombranti e bomboniere ridondanti, mentre io mi professo una convinta sostenitrice dello stile scandinavo. Registro mentalmente le riparazioni con lo scotch, che mia mamma preferisce di gran lunga al silicone. Scorgo – ma non voglio farlo del tutto – la malattia che spadroneggia impietosa sul corpo di mio padre. I denti nuovi della mamma e la stanchezza che arriva sempre più presto, la sera.

Vorrei essere ancora la figlia, quella da accudire e da guidare. Ma di figlia ne ho già una io e gliela porto in dono in nome dell’età incerta, della tenerezza che li stupisce, della loro dignità sorridente e orgogliosa. Lo strappo s’apre di più, lacera la carne e si mischia a una gioia matura e rossa come un cocomero. Ci annego dentro e so che è amore.  

Pubblicato da

Alessandra Versienti

Ho superato i quaranta, ma conservo intatti le insicurezze e i terrori dei vent’anni. Il che – giuro! – non è un vezzo per sentirmi più giovane. Ho una brillante (…) e multiforme carriera da precaria: dal 2001 mi occupo di comunicazione on line e come freelance curo progetti editoriali e scrivo testi per il web. Inoltre sono una Prof: insegno Lettere nei licei e negli istituti di istruzione secondaria. Infine, scrivo. Scrivo poesie, racconti e romanzi. Alcune mie poesie compaiono in antologie poetiche curate da editori italiani: “Poetando. L’uomo della notte” curato da Maurizio Costanzo, ed. Aliberti 2009, e “I versi della Leda”, edito da I Libri della Leda nel 2010. Nel 2015 ho pubblicato su Amazon, in formato Kindle, la mia raccolta poetica Margini. Antologia provvisoria di parole e mutevoli sensi. Oggi la silloge è disponibile anche in formato cartaceo su IlMioLibro.it. Dal novembre 2016 è disponibile su IlMioLibro.it anche la nuova raccolta in versi Sangue. 30 poesie. La raccolta è disponibile anche su Amazon, nel Kindle Store. Sono sposata con A., abbiamo due bambine e viviamo all togheter in una città che si affaccia sul mare, dove i tramonti tolgono il fiato. La bellezza e la gioia mi fanno balbettare.

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