La damina francese e il girasole

Negli ultimi giorni di carnevale una serie di pensieri in stile Amarcord m’assale. Saranno stati i preparativi per il costume di Maria Sole, i coriandoli, le stelle filanti e le mascherine, ma m’è venuto in mente che da bambina odiavo vestirmi in maschera.

Non ho memoria dei carnevali da piccolissima, a parte i mucchi di coriandoli raccolti da terra, nei corridoi della scuola materna o a casa della nonna. Ma il ricordo più nitido che ho di un costume in maschera risale all’età di 7 anni circa: la mamma (con la complicità di mia sorella, forse?) aveva scelto per me il costume da damina francese, che io ho sempre trovato orribile.

L’abito da damina era a righe verticali bianche e blu, con le maniche a sbuffo, il corpetto aderente, la cintura rossa in vita, la gonna ampia e un trionfo di merletti agli orli. La cosa più orripilante non era tanto il tessuto lucido (il cui uso purtroppo imperversa ancora per gli abiti di carnevale), ma la parrucca rossa di riccioli che ero costretta a calarmi in testa per completare il personaggio. Dovetti sfoggiare, mio malgrado, la vomitevole mise per ben tre carnevali di seguito.  

Finita l’era della damina francese, mi rifiutai per molto tempo di indossare altri panni carnascialeschi. Solo intorno ai 14 anni ho avuto un rigurgito di interesse improvviso per il carnevale. Ero cotta di un ragazzo più grande di me di un paio d’anni e avevo saputo che lui avrebbe partecipato ad una grande festa in maschera organizzata all’oratorio. Ci sarei andata anch’io e decisi che sarei stata bella e femminile! Un momento: bella come solo a quell’età lo si può essere, con la ciccia di lunghe ore di studio sui volumi di greco e latino, tappezzata di brufoli e con un’idea di femminilità quanto mai vaga e approssimativa!

Chiesi aiuto a mia sorella, ahimè. Lei si che poteva aiutarmi ad essere bella in maschera, dall’alto dei suoi 21 anni e della quotidiana strage di cuori di cui era protagonista! Così mi infilai a forza in un suo costume di carnevale in stile anni ’20: romantico, femminile, fasciante, colore blu elettrico, quasi fluo. Con turbante. Proprio nel senso che aveva un turbante con piuma come degno accessorio di cotanta mise. Mia sorella – creativa, estrosa, oggi anche consulente di immagine – decise che era necessario un po’ di trucco. Sottostai. Accettai. Mi sottoposi alla seduta di make up per completare il travestimento. Erano gli anni ’80 e potete immaginare il livello di kitsch raggiunto. Una roba micidiale!

Le mie amiche, alla vista del risultato, esultarono, più polle e ingenue di me e ovviamente prive del benché minimo senso estetico. M’invidiarono la sorella e la sua opera artistica. E veleggiammo verso la festa, tra urletti isterici e un’ansia che rischiava di bloccarmi all’ingresso dell’oratorio. “Eccolo, è arrivato”, mi sussurrò la mia amica del cuore una volta in sala. Lui era vestito di angelo, indossava anche le ali piumate. Era biondo e dinoccolato: di cos’altro avrebbe potuto travestirsi?

Dopo un’ora dall’inizio delle danze lui vagava ancora per la sala con lo sguardo perso. Finché non si decise ad avvicinare la mia amica e a chiedere “Ma Alessandra dov’è? Non l’ho ancora vista”. Cavolo, non m’aveva riconosciuta! E io ormai avrei preferito sprofondare piuttosto che farmi vedere con la faccia ridotta così: “Passi per l’abito blu elettrico lucido, ma che sbianco il resto!” sentenziai. La mia amica promise al giovanotto che sarebbe venuta a cercarmi, lasciandogli intendere che era stato vittima di una raffinata, studiatissima strategia per tenerlo sulla corda.

Ovvio che non eravamo così smaliziate. Invece corremmo subito in bagno per correre ai ripari, togliendo etti di make up dal viso per ottenere un aspetto più naturale. Struccata com’ero, il blu fluo mi sbatteva sulla faccia impietosamente, ma mi presentai in sala, armata di coraggio residuo. Trovai lui appoggiato alla parete. Forse con gli occhi dell’amore il giovanotto non fece troppo caso al mio orribile travestimento, complici anche i faretti colorati che fendevano la sala da ballo, illuminandola poco.

Ballammo insieme forse due o tre lenti, un’emozione amara, dolce e troppo breve perché per me fu subito l’ora di tornare a casa. Decisi quella sera, naturalmente, che nessuno m’avrebbe mai più vista indossare un costume di carnevale. E che nessuno più mi ci avrebbe infilato dentro, nemmeno con la forza.

A distanza di tanti anni, cerco di non trasmettere questa idiosincrasia verso il carnevale alla mia bambina. Per esempio, quest’anno mi sono organizzata per tempo e, grazie alla zia creativa e abile nel cucito (si, sempre mia sorella: nel tempo è migliorata, per fortuna!), per il Carnevale 2011 Maria Sole ha potuto vestire i panni di uno splendido girasole. Finalmente s’è goduta la festa, perché gli ultimi due carnevali li ha passati sempre con la febbre. Quindi battaglia di coriandoli, carri allegorici, bombolette spray appiccicose e festa a scuola: non ci siamo fatti mancare niente.

L’ultima domenica di carnevale è stata piena di sole e ce ne siamo stati in giro con altri amici e bimbe in maschera per vedere la sfilata dei carri e lanciare coriandoli ad altre mascherine. Il divertimento e l’allegria negli occhi di Maria Sole erano così puri e spassionati che era una gioia osservarla. Quando il pomeriggio di giochi e scherzi stava per volgere al termine, lei ha voluto assistere alla sfilata dei carri in braccio al suo papà.

Seduta su una panchina, causa pancione, io li ho osservati tutto il tempo. Gli ormoni da donna incinta, ormai stanca e pure un po’ sfinita dall’attesa, hanno preso il sopravvento e l’immagine di loro due abbracciati, illuminati dal sole di marzo, coperti di coriandoli e stelle filanti ha scoperchiato inaspettatamente le emozioni e la tenerezza che provo spesso a tenere a bada, per non rischiare di affogarci dentro. Il sorriso orgoglioso di un papà che stringe la sua bimba allegra e ignara di delusioni, la manina di lei attorno al collo del padre, la tenerezza delle loro parole e dei sorrisi: è o non è il ricordo perfetto di un carnevale allegro, caldo, colorato?

Pubblicato da

Alessandra Versienti

Ho superato i quaranta, ma conservo intatti le insicurezze e i terrori dei vent’anni. Il che – giuro! – non è un vezzo per sentirmi più giovane. Ho una brillante (…) e multiforme carriera da precaria: dal 2001 mi occupo di comunicazione on line e come freelance curo progetti editoriali e scrivo testi per il web. Inoltre sono una Prof: insegno Lettere nei licei e negli istituti di istruzione secondaria. Infine, scrivo. Scrivo poesie, racconti e romanzi. Alcune mie poesie compaiono in antologie poetiche curate da editori italiani: “Poetando. L’uomo della notte” curato da Maurizio Costanzo, ed. Aliberti 2009, e “I versi della Leda”, edito da I Libri della Leda nel 2010. Nel 2015 ho pubblicato su Amazon, in formato Kindle, la mia raccolta poetica Margini. Antologia provvisoria di parole e mutevoli sensi. Oggi la silloge è disponibile anche in formato cartaceo su IlMioLibro.it. Dal novembre 2016 è disponibile su IlMioLibro.it anche la nuova raccolta in versi Sangue. 30 poesie. La raccolta è disponibile anche su Amazon, nel Kindle Store. Sono sposata con A., abbiamo due bambine e viviamo all togheter in una città che si affaccia sul mare, dove i tramonti tolgono il fiato. La bellezza e la gioia mi fanno balbettare.

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